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  • Immagine del redattoreMario Raffaele Conti

Consapevolezza, lo stato mentale che fa (quasi) miracoli

Ci sono ormai diverse parole che hanno perso il loro significato potente perché sono usate troppo e spesso fuoriluogo per questione di marketing: yoga, amore, Dio, perdono e meditazione sono deprivate della loro potenza intrinseca perché allo yoga è stato tolto il suo significato originario; l’amore è diventato solo romanticismo e passione; Dio sembra trovarsi più nelle bestemmie che nelle preghiere; «hai perdonato?» è la domanda da porre nei servizi tv ai parenti delle vittime di efferati omicidi; e infine meditazione è tutto, dal jogging alla sauna. Quindi se tutto è yoga, amore, Dio, perdono e meditazione, niente più è yoga, amore Dio, perdono e meditazione. E molti sentono la necessità di cambiare termini per definire quello che era yoga, amore, Dio, perdono e meditazione.

 

È come l’area cani nei parchi: se tutto il parco è un’area cani, l’area cani non ha più senso di esistere perché inutile. E quindi risulta più facile rinchiudere i bimbi in un’area giochi: non me la sono inventata, così mi fu detto una trentina d’anni fa da un responsabile parchi di Milano. Non aveva del tutto torto, anche se paradossale, e la stessa cosa vale per le parole.

 

La parola Yoga necessita di un aggettivo per ritrovare l’antica forza («tradizionale», «delle origini», «Rishikesh», eccetera); l’amore ha bisogno di essere declinato (amore è «volersi bene, avere stima, essere romantici, essere innamorati e premurosi»); Dio necessita di una serie di nomi che definiscono ciò che è indefinibile (del resto, Sant’Agostino diceva «Se dici Dio, non è Dio»);perdono, be’ di perdono bisognerebbe parlarne meno e restare in una zona di pudore, dato che non si tratta di un sentimento, ma di un percorso che presuppone diversi stadi difficilmente raggiungibili e assolutamente intimi, personali, indicibili; della meditazione infine, si comincia finalmente a parlarne come uno stato mentale e non come un modo per “smettere di pensare” (ridicolo: non si può smettere di pensare) o calmarsi un po’.

 

E poi c’è una sesta parola: consapevolezza. Potremmo dire che è la parola più importante delle cinque che ho esaminato perché è il presupposto per realizzare le altre cinque, ma è talmente abusata che è diventato un termine sdrucciolevole: sì scivola via, sembra quasi scontato, eppure è l’unico stato della mente che può cambiare veramente la vita.

 

Letteralmente, nel suo significato etimologico (cioè la provenienza lessicale), deriva dal latino «con sapere», «sapere con». La Treccani la traduce con avere «cognizione, coscienza», coscienza che, spiega, «è la consapevolezza che un individuo o un gruppo di individui ha di se stesso e del mondo esterno con cui è in rapporto» (ecco spiegato il «con»...).

Quindi essere consapevoli significa entrare in una relazione cosciente con se stesso e/o con altri. Avere consapevolezza è accorgersi dei propri sentimenti, ma anche dei sentimenti degli altri. Se ti accorgi che hai una sensibilità, che hai una fragilità, la consapevolezza ti porta (o dovrebbe portarti) a considerare la sensibilità, la fragilità e il punto di vista di altri.

 

La consapevolezza non è mai un esercizio egocentrato ed egoista, ma porta a espandere la coscienza: quando ci capita di stare male, di perdere qualcuno, di entrare in contatto con la malattia o con la povertà, di vivere uno di questi stati sulla propria pelle, talvolta si diventa consapevoli dello stato di essere di tante persone che hanno vissuto il nostro sentire.

C’è una canzone bellissima e struggente di Enzo Jannacci, Il bonzo, che descrive questa improvvisa espansione di coscienza di un uomo un tempo menefreghista e ricco, che quando diventa povero («Non c’ho più neanche il bidet…») cambia la sua consapevolezza nei confronti di chi non è né ricco né libero («Sono qui peggio di un bonzo, non c'ho neanche la benzina per bruciar, des' m'interessa anche a me della mia libertà»).

Quindi consapevolezza ha a che fare con l’empatia? Moltissimo. Essere consapevoli di sé mette in relazione con gli altri. È quasi un passaggio automatico. Ecco perché è una parola preziosa che va salvata dalla connotazione intimista e personalistica che gli viene spesso attribuita. Se non sei consapevole di chi sei tu, del tuo respiro, del momento presente, non hai la possibilità, vorrei dire la capacità, di ascoltare l’altro, di “sentire battere il suo cuore”, di condividere i suoi momenti di gioia e di dolore. Se sei lontano da te, non puoi stare vicino a chi ami. È impossibile.

 

Il percorso dunque comincia dal respiro perché è l’unico strumento raggiungibile da tutti, ricchi e poveri che siano. E perché il respiro è l’elemento più vicino che abbiamo, lo possiamo approcciare sempre e se ci mettiamo in connessione con esso, possiamo scoprire in ogni istante in che condizioni è il nostro intimo, la nostra salute, la nostra mente. Non possiamo pensare di vivere in modo consapevole se non ci abituiamo a osservare il nostro respiro. E non possiamo pensare di avere una vita piena senza questo percorso quotidiano con esso.

 

Non c’è un altro modo, non c’è un’altra religione, un’altra spiritualità possibile, un’altra via che non contempli la consapevolezza. Tutto passa e parte da qui, perché la consapevolezza è l’unico blocco di partenza verso una vita felice, verso uno stato che porti al sorriso.

Se andiamo avanti a carpire i significati di questa parola si scoprono cose interessanti: per esempio «consapevolezza» è usato spesso nel senso di avere una vaga idea di qualcosa. «Avere una vaga idea» mi fa sorridere perché è proprio così, una parola di cotanta profondità ci mette di fronte il fatto che non abbiamo mai neppure una vaga idea di chi siamo, di chi è il nostro vicino, di quello che proviamo e di quello che prova lui. I fondamentalismi di tutti i colori, le posizioni di separazione, di divisione, di esclusione, nascono perché non abbiamo neppure una vaga idea di quanto abbiamo noi e del niente che hanno altri; oppure dei sentimenti che una nostra azione (o non-azione) può provocare negli altri, da cui una famosa frase pronunciata da Stefano Ricucci che qui non riporto, ma che rendeva (volgarmente) l’idea: finché non capita a te predichi bene e razzoli male, ma quando tocca a te – direbbe il celebre Murphy – cambiano le regole e anche la percezione sul mondo e sulle cose.


Le parole sono importanti e hanno un senso che non vive di vita propria. Il primo lavoro di consapevolezza è ridare un senso alle parole, sentirne il peso, ritrovare il significato più autentico. Consapevolezza allora diventa «veridicità dell’essere», dove il richiamo al vero non è in senso morale o moralistico, ma in senso umanistico, spogliare la lettura della realtà e di sé dalla patina politica, religiosa o qualunquista, smetterla di cercare i fantasmi dietro ai fatti della vita e restare lì dove siamo finché abbiamo la ventura di restare. Il resto sono solo pensieri inutili, lontani dal verosimile, autentici figli sventurati della non-consapevolezza.


Foto di Gerd Altmann da Pixabay.


 

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