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  • Immagine del redattoreMario Raffaele Conti

Attenti al guru (se e quando guru non è)!

Non parliamo di Maharishi, che fu accusato di essere un ciarlatano e poi riabilitato. Ma degli autentici... falsi profeti. E degli idoli e dei santoni che ci rubano la mente e la vita.


Se c’è un atteggiamento cui sfuggo da tempo è la “devozione”. Non per presunzione, ma per un senso naturale di difesa. Se penso alle grandi tragedie della Storia, penso anche che l’uomo del destino è sempre diventato tale per la devozione di molti. Molti grandi manager sono diventati potentissimi grazie alla loro capacità di circondarsi di yesman. La stessa cosa vale per i leader spirituali: quando migliaia di persone ti riconoscono come guru, inizia una parabola ascendente che spesso si schianta rovinosamente sulla realtà.


Pensateci bene: c’è qualcuno cui dareste la vostra mano destra? Cui affidereste la vostra vita? Io no. E non è questo l’insegnamento di Jahvè ad Abramo quando gli ordinò di non offrire a lui il figlio Isacco? Non dobbiamo davvero immolarci a nessuno, non è questo il senso della sacralità della vita, quanto, piuttosto, il vivere appieno, amare senza remore, rischiare di sbagliare, peccare e “redimersi”, oltrepassare il limite per mettersi alla prova; bruciare sull’altare di Abramo la paura, i rimorsi, la mediocrità e tutto ciò che non è Vita.


Questo, a mio parere, è il modo per esprimere la nostra “devozione” alla Vita, questo il senso di un’esistenza che ha gli alti e i bassi, i successi e gli insuccessi, gli entusiasmi e le delusioni. Non esistono vite che non siano così, neppure quella dei potenti che si dipingono infallibili e immortali, neppure quella di coloro che vengono chiamati “santi”.


Se basta un atto eroico per fare un santo, penso ai milioni di atti eroici degli sconosciuti della Storia; sono certo che ne conoscete anche voi, perché in tutte le famiglie c’è stato o c’è un “santo” o una “santa”. Ma un santo che possa dirsi tale non può amare la devozione, perché sa di essere un essere umano, non una divinità. Ecco perché le statue nelle chiese cattoliche non sono in linea con la religione cristiana, sono una devianza rispetto ai Dieci Comandamenti, il cui secondo intima di non fare immagine di niente e di nessuno e di non prostrarsi a esso.


Invece abbiamo costruito altari, santi di tutte le religioni, idoli politici (ne è appena morto uno), guru e stelle del sacro, con il risultato che passiamo un terzo della vita per metterli sull’altare, un terzo per demolire altari e statue e un altro terzo a parlarne male. Ma cosa resta di questi idoli? Quanta energia abbiamo speso per metterli sull’altare, per difenderli dai detrattori, per convincere gli altri che erano degni di devozione, fiducia e amore?


Ho tolto ogni idolo dal mio altare, anche l’idea stessa della divinità e non per presunzione, ma per la certezza che qualsiasi “cosa” chiamiamo «Dio» è già dentro e attorno a me e non ha bisogno di essere venerato o definito con un nome. Semmai ho bisogno io di riconoscere la sua presenza in me e negli altri e non per andare in paradiso, ma per vivere questo paradiso fin da ora. Cosa se ne fa una divinità dell’adorazione? Non sarebbe meglio nutrire qualcosa che somiglia alla gratitudine? Non è la gratitudine il gesto d’amore reciproco più dolce e grande di cui siamo capaci?


In questi giorni, stiamo assistendo a una lotta senza quartiere tra detrattori e adoratori di Berlusconi. Dopo l’uscita di Wild Wild Country e dei bellissimi podcast di Roberta Lippi (Soli e Dragon Lady) abbiamo assistito a una lotta senza quartiere tra i fan e i critici di Osho. Sempre lo stesso atteggiamento, o bianco o nero, o santo o demone, sempre lontani dal principio di realtà, sempre pronti a insultare invece di applicare un sano distacco. E invece eccoci a combatterci nell’assolutismo del bianco e del nero (non bastasse, c’è la maleducazione che ci mette un carico da 90).


Il degrado di quest’epoca riguarda soprattutto questi atteggiamenti. Manca l’allontanarsi dal personaggio, dalla fede, dalla “squadra”, dalla bandiera, per avvicinarsi all’umanità. Manca l’abitudine alla realtà e a considerare che il mio punto di vista non è meno “vero” perché è diverso dal tuo.


Mentre in India è molto chiaro che il Guru è colui che toglie l’oscurità dalla tua vita e ti porta alla realizzazione piena, in Occidente i guru presunti tendono a dissolvere il pensiero critico di chi cade nella loro trappola.

Negli Anni 70 era ancora più evidente di ora e non è un caso che il mito di Osho, il terrorismo rosso o nero, il fondamentalismo cattolico, si siano sviluppati in quell’epoca; gli effetti sono stati diversi, ma il meccanismo che ha provocato quelle derive è stato lo stesso: il bisogno di credere, di affidarsi, di buttare il cuore oltre l’ostacolo, di sacrificare la propria vita per un ideale più alto, di immolare il proprio spirito critico, i consigli di amici e genitori, finendo per fare un’operazione di “donazione di cervello” in vita.

Nelle sette il rischio è gravissimo, nell'estremismo politico può essere mortale, nelle religioni ha risvolti talvolta drammatici.


Così funziona la mente umana, abbiamo bisogno di trovare il guru, il santo, l’uomo del destino; abbiamo bisogno di credere che questo o quello non ha contraddizioni, non è corruttibile, è duro e puro, è capace di miracoli, laici o sacri che siano, di dare l'illuminazione o la salvezza. Invece il vero guru lascia liberi nel pensiero e non toglie la libertà d'azione, non si mette sul piedistallo, non si considera infallibile o unto dal Signore, non assume atteggiamenti narcisisti di attaccamento, ma stimola lo spirito critico di chi lo segue. E sapete perché? Perché tutto è relativo. E ogni vero guru lo sa e lo insegna.



Nella foto sotto, il murales del Maharishi e dei Beatles a Rishikesh: a lungo si è dibattuto se Maharishi Mahesh Yogi fosse un vero guru. I Beatles se ne andarono da Rishikesh denigrandolo. Poi la Storia lo ha riabilitato. E Paul McCartney gli ha chiesto scusa per averlo accusato ingiustamente. Su questo tema su Raiplay potete vedere il bellissimo documentario I Beatles e l'India.


Il meraviglioso murales del Maharishi e dei Beatles a Rishikesh.


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