Lo yoga nasce contemplativo, e così deve restare. Lo yoga è meditazione, presenza e ascolto, solo così si adatta alla persona. Non siamo noi a dover raggiungere una forma, ma è lo yoga che si adatta alla nostra storia. È lo yoga che prende la nostra forma nella presenza della quiete. Stiamo ingabbiando lo yoga in un lavoro corporeo, ma lui sopravviverà al nostro ego, come ha sempre fatto. Ciò che è vero resterà, il resto, se ne andrà in una nuvola di ignoranza. Questo è un po’ il manifesto dello yoga che pratico e che insegno da quasi trent’anni. Tutto è cambiato nella mia vita. Tranne Lui.
Lo yoga si occupa della domanda essenziale che abita ogni essere umano. Del mistero del vivere, del mistero dell’essere coscienti. Del “chi” siamo e “come” siamo. Secondo la tradizione indiana, a nessuna di queste questioni è possibile rispondere veramente attraverso una conoscenza libresca, il pensiero razionale o una qualsivoglia attività intellettuale. Pensiero e conoscenza sono facoltà straordinarie, il cui campo di applicazione tuttavia non raggiunge la dimensione dell’Essere. La descrizione di una cosa non è, e non sarà mai, “la cosa”. Solo una pratica ascetica rigorosa può sospendere la brama di risposte e farci dimorare nelle domande. Il termine “yoga” definisce uno stato interiore, uno stato di unità, l’essere Uno.
La pratica conduce alla scoperta di uno stato interiore che appartiene a noi tutti, e a tutti accessibile, ma schermato alla nostra consapevolezza da una serie di abitudini e di processi mentali, di automatismi che ne rendono ardua la percezione diretta. Lo sguardo meditativo che lo yoga “svela” ci guida verso la percezione della nostra coscienza ai suoi vari livelli, ci aiuta a capire com’è organizzata, come schemi e abitudini si rinnovano di continuo e come sia possibile spezzare tale meccanismo; come far sì che schemi e abitudini si estinguono nel silenzio, come percepire e accogliere, infine, ciò che rimane quando tutto questo accade. Questa comprensione diretta, non mediata dalla parola, ma affidata all’esperienza, avviene coltivando la consapevolezza, la capacità di “mettersi in relazione e di ascoltare”, di stabilire una relazione stabile e continuativa con il corpo, con il respiro, con le sensazioni e i pensieri. Una comprensione che ci svelerà come non sia il movimento a liberarci, ma la qualità della relazione che intratteniamo con esso. Non è importante raggiungere una forma, ma vivere il contenuto. Nella pratica non ci sono limiti da superare, ma luoghi da vivere per incontrarci proprio lì dove siamo, nè prima nè dopo.
UNA PRATICA DI CONSAPEVOLEZZA
Per comprendere l’utilità della pratica dello Yoga nel mondo occidentale è importante cogliere come questa antica disciplina, accanto a una componente legata alla storia e alla cultura di quel grande paese che è l’India, ne comprenda una più universale, che riguarda la natura dell’uomo e del suo essere cosciente, un aspetto dunque più “esistenziale” che in quanto tale riguarda qualsiasi essere umano. Lo Yoga dunque si rivolge a chiunque abbia la curiosità e il desiderio di comprendere il proprio mondo interiore, chiunque voglia scoprire cosa significhi essere vivi, sentirsi vivi; perché risulti così difficile essere consapevoli, presenti verso se stessi e gli altri; perché il non essere coscienti inneschi un processo di sofferenza e come porvi rimedio. Tutte queste domande non si possono attribuire a chiunque voglia dare un senso più profondo alla propria esistenza.
Lo yoga che cerco di trasmettere denota una pratica interiore di consapevolezza che affronta in modo diretto le questioni esistenziali cui abbiamo accennato, fondandosi su l’innata capacità, comune a noi tutti ma sovente sopita, di “accorgerci” di ciò che ci accade. L’Occidente, ma ormai anche l’Oriente, ha imboccato da molto tempo la strada dell’accumulazione e dell’apparire, e la velocità che caratterizza la nostra vita di tutti i giorni impone di conseguenza una crescente accelerazione mentale. E ciò, inevitabilmente, comporta un crescente ricorso ad automatismi e schemi di comportamento. La nostra mente non è mai a riposo, e l’essere separata dal ritmo naturale e profondo del nostro organismo, imprescindibile per una consapevolezza autentica, la porta a sostituire l’azione con una serie di “reazioni” (l’agire con il reagire). Il risultato di un tale atteggiamento mentale è uno scontento sottile per il quale neppure un desiderio esaudito costituisce un reale appagamento. Mai come ora, dunque, ci troviamo nella necessità di recuperare una dimensione che meglio corrisponda alla nostra natura profonda. Una dimensione più autentica e, insieme, più essenziale.
IL SIGNIFICATO DELLA PAROLA YOGA
La radice sanscrita «yuj», da cui il termine Yoga deriva, tra i tanti significati comprende quelli di congiungere, fondere, interagire. Tradizionalmente Yoga si traduce con «unire», termine che, nel suo significato profondo, segnala quanto sia importante, per noi tutti, percepirsi non come individui isolati, ma come individui in perpetua relazione con gli altri e in costante dialogo con l’ambiente, sia fisico sia culturale, in cui siamo immersi. Del resto, come dimostrato, soli non potremmo sviluppare nessuna delle potenzialità in noi contenute. Una realtà questa che spesso tendiamo a ignorare, agendo come se fossimo entità separate. La mancata consapevolezza di ciò che ci unisce al resto del mondo, oltre che fonte di sofferenza, non può che influire negativamente sulla qualità delle nostre azioni e spingerci a non considerare con la dovuta attenzione i loro effetti sul prossimo e sull’ambiente.
Sebbene nato in seno alla cultura indiana e ispirato all’induismo, l’insegnamento dello Yoga non si esaurisce entro tale ambito, ma riguarda temi universali quali la natura della coscienza e la possibilità dell’uomo di realizzarsi quale essere cosciente. Prima di pervenire a una formulazione scritta, risalente a circa duemila anni fa, l’esperienza dello Yoga si trasmetteva direttamente da maestro ad allievo. Le fonti di questa millenaria disciplina si trovano in antichissimi testi indiani: i Veda. Il termine «Veda» poggia sulla radice sanscrita «vid», che significa conoscere mediante esperienze vissute in prima persona.
I VEDA
I Veda sono una raccolta di verità sperimentate relative alla natura dell’essere umano e ai tanti aspetti della vita. Nella tradizione indiana gli antichi autori dei Veda sono definiti «riśi» (si legge «risci», ndr), saggi: coloro che percepiscono le cose come realmente sono. I Veda, costituiti da cinque libri, risalgono a 10-15.000 anni fa, a seconda che ci si rifaccia a cronologie cinesi o europee della storia indiana. Il messaggio dei Veda è stato perpetuato da testi successivi, le Upanishad, che sono circa 500 e, come i Veda, dapprima tramandate oralmente e in seguito trascritte. Il termine «Yoga» compare per la prima volta nelle Upanishad, e designa un percorso mirato all’evoluzione interiore dell’uomo nonché all’esplorazione di tutte le sue potenzialità. Le Upanishad definiscono uno stato e non un mezzo, da raggiungere attraverso la “concentrazione sui respiri”. Nulla di più. Nell’immobilità del silenzio presente resta solo ciò che è reale, veramente. Lo yoga «toglie il velo che copre la luce» ( realtà? Coscienza?).
Lo Yoga attinge la sua ispirazione a un testo straordinario: gli Yogasūtra di Patañjali, che possono essere definiti un testo di “visione”, nel senso che esprimono ciò che diviene evidente solo a certi livelli di coscienza. Un testo prezioso dunque, perché rimanda costantemente alla comprensione diretta di noi stessi. Comprensione che, più che rifarsi a una riflessione, poggia sulla capacità di ascolto e di osservazione interiore del praticante. Gli Yogasūtra sono suddivisi in quattro capitoli che includono 195 aforismi. Il primo di questi capitoli afferma l’esistenza di vari livelli di coscienza e segnala le modalità che li caratterizzano. Il secondo esprime come noi siamo, lo stato di coscienza da cui partiamo, la direzione in cui procedere, e le cose che è in nostro potere realizzare per passare da uno stato a un altro. Il terzo parla delle conseguenze della nostra pratica, e di ciò che non possiamo ottenere direttamente ma solo ricevere, accogliere. Il quarto parla della libertà: la libertà che da tutto ciò deriva.
GLI ASANA
È importante comprendere che col termine Yoga si intende fare riferimento a uno stato interiore, a un modo d’essere, piuttosto che a tecniche o posture del corpo che il praticante debba in qualche modo copiare. La sfida che sta al cuore della pratica dello yoga è quella di conferire realtà al presente, di imparare a procedere tenendo conto di “ciò che è”, di ciò che accade di momento in momento. Āsana è l’inizio del percorso. Il termine sanscrito “asana” viene solitamente tradotto con “postura” o “posizione”. In senso più letterale āsana significa “essere così”, non tanto in riferimento alla forma esteriore, alla postura intesa come semplice posizione del corpo, ma piuttosto al modo con cui la postura è da noi abitata, vissuta. Nello Yoga, il corpo è parte indissociabile dalla propria presa di coscienza. Di conseguenza possiamo dire che non è il movimento in sé, per quanto gratificante, a liberare, quanto la capacità di ascolto che lo accompagna. La funzione di āsana e di prānāyāma va quindi ben oltre l’esecuzione di posture e tecniche respiratorie o mentali. Attraverso l’ascolto e la consapevolezza, la pratica si rivela un percorso propedeutico alla “meditazione”, quel particolare rapporto di osservazione e di presenza che consente di “sapere” circa il proprio sentimento d’essere.
ASCOLTO E CONSAPEVOLEZZA
La qualità degli atti eseguiti nel corso della pratica rispecchia la nostra condizione interiore e mentale. Quando siamo inquieti, agitati, quando ci sentiamo instabili, i nostri gesti inevitabilmente palesano questa condizione nervosa; se siamo invece centrati e in grado di intrattenere una relazione amichevole con le sensazioni che arrivano ai nostri centri nervosi, i nostri muscoli esprimono tale stato. In base alle risposte muscolari agli stimoli esterni, come pure a quanto avviene in noi, abbiamo modo di riconoscere lo stato interiore che a queste risposte corrisponde. Di fatto, l’apprendimento passa attraverso l’osservazione e l’ascolto di una mente pacificata. Come ci sperimentiamo nei momenti in cui siamo liberi dal moto inquieto della mente? Come questo “essere altro”, questo particolare silenzio, riverbera sul corpo e sull’organizzazione motoria? Come cambia il modo di compiere gesti, il tono muscolare attraverso il quale il gesto prende forma?
Si impara ad ascoltare ascoltando. Si scopre che il nostro ascolto ha diverse gradazioni: quando per esempio è alterato da aspettative o desideri, il nostro ascolto è sterile. Frequentemente si ascolta in modo frettoloso, ritenendo di conoscere già l’evento osservato, e così si rimane in superficie. Quando però l’ascolto arriva in profondità, allora si vede, c’è riconoscimento. E si diviene consapevoli. La consapevolezza porta a un riassetto. E non c’è sforzo di volontà in questo. Parti del nostro corpo escluse o poco partecipi al movimento o alle posture tornano in gioco, divengono attive. Quando si diventa coscienti dell’intima concatenazione che caratterizza gli eventi corporei, ci apriamo a una visione più ampia, che supera i limiti della percezione ordinaria, inevitabilmente parziale.
LA MEDITAZIONE
La parola “Yoga” indica uno stato, uno stato fondamentale della coscienza. Non è un percorso che conduce da un luogo a un altro, e neppure una ricerca di benessere. È la possibilità di essere consapevoli di essere vivi e di come lo siamo. La possibilità di sentirsi espressione di una realtà indivisa. La pratica di Yoga si fonda sull’Osservazione e sul Cambiamento. Possiamo osservare come la nostra coscienza sia modellata dal reiterarsi di convincimenti e abitudini così come da modelli di comportamento; possiamo osservare come la nostra libertà interiore sia informata e delimitata dall’idea che abbiamo di noi stessi. Questo sentimento d’essere, l’identificazione con il nostro particolare schema, non è immutabile: in particolari condizioni di ascolto che si attivano durante la pratica e la meditazione, l’idea di sé si rivela plastica, rinnovabile.
La meditazione è dunque un percorso di osservazione e di apprendimento dedicato al nostro senso d’esistere. Per potersi volgere verso ciò che essenzialmente siamo è fondamentale poter ascoltare e al contempo non avere idee precostituite. La pratica rivela inoltre l’importanza di non essere sempre ingombrati dall’attività che continuamente occupa la nostra mente: essa ostacola sia l’ascolto sia l’osservazione. L’apprendimento meditativo inizia quando comprendiamo come dimorare in noi stessi. Quando scopriamo che è possibile rimanere stabili, non perdersi, pur nel variare dei contenuti mentali. Quando riconosciamo che non si tratta di sospendere l’attività della mente, ma ‘solo’ di non esserne sopraffatti. Nel corso della sua maturazione, l’ascolto meditativo conduce a un’importante scoperta: i pensieri non vengono sedati, semplicemente si raggiunge un nuovo piano di consapevolezza che non necessita più dell’irrequietezza ordinaria. E diviene chiaro che la meditazione è già l’espressione della realtà indivisa e non una via per avvicinarla.

Narendranath Dutta era un ragazzo di Calcutta brillante e vivace. Con una domanda: qualcuno ha davvero visto Dio? Quando incontra Ramakrishna la sua ricerca prende un nuovo avvio che lo porta al Parlamento delle Religioni di Chicago del 1893
Quando la mente sottile prende vita, cambia la visione interiore e quella della vita dell’altro. L’altro non è più “altro” ma è un atomo dell’Uno, proprio come te e me. Quando m’interesso di te, m’importa di me. E questo è il gesto interiore che considero più vicino al divino che io conosca
La parola Karma è uno dei termini più evocati di tutta la filosofia indiana, tanto da entrare nel nostro linguaggio comune e diventarne un termine quasi insostituibile. La parola Karma esprime l’idea delle reazioni che abbiamo compiuto e che ci incatenano a una serie di conseguenze inevitabili. Nella cultura vedica questo termine non solo indica in generale l’insieme delle reazioni alle azioni compiute nelle vite passate, ma anche come queste determineranno le vite future nelle diverse incarnazioni...
Avevo giurato che non sarei mai andata nella terra del Gange. Poi è accaduto e dopo i primi giorni di spaesamento mi sono abbandonata e ho accolto preziosi doni e indicibili emozioni. Il fascino dei colori, l’empatia dei sorrisi, le emozioni di luoghi suggestivi... Mi chiedo se ho viaggiato o è stato un sogno
Il leggendario Yogi immortale è l’essere umano che completa l’evoluzione con la padronanza delle energie interiori e la realizzazione del Sé. E molte scuole tamil sostengono che il Kriya Yoga, reso famoso da Yogananda, abbia radici nel “Siddha Yoga” tamil...
Questo è un po’ il manifesto dello yoga che pratico e che insegno da quasi trent’anni. Lo yoga si occupa della domanda essenziale che abita ogni essere umano. Del mistero del vivere, del mistero dell’essere coscienti. Del “chi” siamo e “come” siamo. La parola “Yoga” indica uno stato, uno stato fondamentale della coscienza. Non è un percorso che conduce da un luogo a un altro, e neppure una ricerca di benessere. È la possibilità di essere consapevoli di essere vivi e di come lo siamo. La possibilità di sentirsi espressione di una realtà indivisa. La pratica di Yoga si fonda sull’Osservazione e sul Cambiamento.



