
In principio era la festa di Sant’Antonio Abate in cui gli animali grazie ai quali derivava il sostentamento nell’epoca rurale, venivano benedetti (e c’era la credenza che in quella notte potessero anche parlare). Poi mucche, pecore e asini sono stati sostituiti da gatti e cani di varie dimensioni, ormai trattati alla stregua di piccoli umani. Non ci sembri strano, perché – sapete bene – esiste una religione – l’induismo – che ancora oggi attribuisce alle mucche doti spirituali che risalgono alla civiltà vedica dove Dio era rappresentato dalla vacca Aditi. Mucca che aveva una sacralità anche tra gli egizi. Nel 2020, alla International Space University di Strasburgo è stata inaugurata una statua in bronzo dello scultore Gill Parker dedicata a Félicette, la prima gatta astronauta lanciata nello spazio nel 1963. È bene ricordarsi dei nostri amici animali e dello scempio che ne abbiamo fatto e ne facciamo.
Ora si è andati oltre perché ogni anno all’Università di Tokyo, un gruppo di scienziati si riunisce davanti a piastre di Petri e colture di batteri e il biologo Hideo Iwasaki guida una cerimonia shintoista per ringraziare gli esseri microscopici sacrificati in nome della ricerca. E nella ZAD di Notre-Dame-des-Landes, in Francia occidentale, attivisti ecologisti hanno creato una «cellula di azioni rituali» dedicata ai tritoni crestati, piccoli anfibi che popolano le zone umide del sito. Queste scene raccontano un cambiamento di sensibilità profondo: l’idea che la vita non appartenga solo all’uomo, ma che ogni forma vivente meriti rispetto, memoria e riconoscimento.
Come spiega il quotidiano francese Le Monde, è questo il filo conduttore del nuovo numero della rivista Terrain, semestrale di antropologia e scienze umane, che esplora le nuove ritualità legate agli animali. I curatori, Pierre-Olivier Dittmar (EHESS) e Vanessa Manceron (CNRS), osservano come queste pratiche stiano scardinando la visione cristiana tradizionale, in cui l’animale era escluso dal sacro e relegato a pura materia. Nel IV secolo, Sant’Agostino affermava che uomini e animali «non formano più una stessa società», ma ormai il vento sembra cambiare direzione. «Gli animali non sono più strumenti o intermediari con gli dèi», spiegano i ricercatori, «ma attori e destinatari di un’azione collettiva, perché condividono con noi una comunità di destino». Le Monde racconta gli studi dell’insegnante e ricercatrice Fabienne Gallaire che documenta la comparsa di monumenti pubblici dedicati al sacrificio o al coraggio degli animali: dai cani e cavalli eroi di guerra ai piccioni viaggiatori caduti per la patria. Emblematica la statua ai «20.000 piccioni morti per la patria», eretta allo zoo di Lille dopo la Prima guerra mondiale, che testimonia una memoria collettiva estesa oltre la nostra specie.
Jane Goodall, la famosa primatologa da poco scomparsa, racconta le sue osservazioni sul comportamento di alcuni scimpanzé di fronte a fenomeni naturali come le cascate, la pioggia o il vento. In particolare, uno scimpanzé maschio adulto, eccitato dal fragore dell’acqua – dice – si avvicina a una cascata e inizia a muoversi in modo ritmico: ondeggia, batte mani e piedi sull’acqua, lancia pietre e si arrampica sui rampicanti, in una sorta di “danza della cascata” che può durare diversi minuti. Comportamenti simili si osservano anche durante forti piogge o tempeste, quando gli scimpanzé si muovono ritmicamente, colpiscono il terreno e lanciano oggetti. Queste scene rivelano una profonda reazione emotiva degli animali di fronte alla potenza della natura. La discussione è animata da secoli. Nel 2018, il neuroscienziato Stanislas Dehaene ha spiegato che, sebbene alcune specie animali intelligenti possano imparare molti segni e associarli a significati, non possiedono un vero pensiero simbolico. A differenza dell’uomo, gli animali non riescono a usare i simboli in modo reversibile e flessibile: per loro, un segno resta sempre legato a un solo significato e non può rimandare ad altro.
Si chiedeva Qoelet: «Chi sa se il soffio vitale dell’uomo salga in alto e se quello della bestia scenda in basso nella terra?». «A livello teologico ci stiamo interrogando sul perché, nella tradizione cristiana, ci siamo quasi dimenticati degli animali», ha detto a Wired il monaco sudtirolese, padre Martin Lintner autore del libro, «Etica animale. Una prospettiva cristiana» (Queriniana 2020). E ha aggiunto: «Le condizioni negli allevamenti e nei macelli rendono necessaria una riflessione etica su come trattiamo gli animali. Vorrei ricordare che ogni anno in Europa per la produzione di carne vengono macellati 360 milioni di maiali, pecore, capre e bovine, in aggiunta un paio di miliardi di pollame. Nei trattamenti di cova si uccidono annualmente più di 300 milioni di pulcini maschi appena nati. Esistono tuttora anche in Europa allevamenti di pellicce con milioni di animali». Appunto.
Anche in ambito cattolico-cristiano il vento stia cambiando? In ambito buddhista siamo più “avanti”: nel buddismo, gli animali sono considerati esseri senzienti, dotati di sensibilità e capacità di provare sofferenza e desiderare la felicità, proprio come gli esseri umani. Ecco perché la compassione verso gli animali è un valore centrale della pratica buddhista e si esprime in molti modi: dal gesto di salvarli e proteggerli, fino alla meditazione o ai rituali di benedizione dedicati a loro. Tuttavia, il divieto di mangiare carne non è assoluto: le regole monastiche permettono di consumarla se l’animale non è stato ucciso appositamente per il monaco, e in alcune regioni, come il Tibet, motivi climatici e culturali rendono difficile una dieta completamente vegetariana.
Ma come dicevamo, il vento cambia e un articolo dell’Osservatore Romano descrive come negli ultimi anni si sia sviluppata una nuova sensibilità verso gli animali, riconosciuti non più solo come esseri utili all’uomo, ma come creature capaci di emozioni e relazioni affettive. Esempi di questa consapevolezza sono gli animali domestici che interagiscono affettuosamente con le persone e il celebre documentario My Octopus Teacher (vincitore dell’Oscar nel 2021), che mostra il legame profondo tra un subacqueo e un polpo. Da questa riflessione nasce, nel 2009 a Münster, in Germania, l’Institut für Theologische Zoologie, dove teologi cristiani, induisti e buddhisti si confrontano per esplorare il rapporto tra l’uomo e gli animali da una prospettiva spirituale e religiosa. L’istituto organizza seminari, esperienze dirette e attività di pet therapy per favorire un dialogo e un riconoscimento reciproco tra esseri umani e animali. L’obiettivo principale è rinnovare la teologia, correggendo la visione tradizionale che per secoli ha considerato gli animali come esseri senza anima e quindi inferiori. Secondo i fondatori, questo errore non danneggia solo gli animali, ma anche la comprensione stessa della Creazione e di Dio, poiché – ricorda il quotidiano della Santa Sede – una visione distorta della natura allontana l’uomo dal Creatore, come sosteneva Tommaso d’Aquino. Per dirla con il libro dell’Ecclesiaste: «C’è un solo soffio vitale per tutti. Non esiste superiorità dell’uomo rispetto alle bestie, perché tutto è vanità». O come ricordava papa Francesco nella enciclica Laudato sì: «Il fine ultimo delle altre creature non siamo noi» poiché «volute nel loro proprio essere, riflettono, ognuna a suo modo, un raggio dell’infinita sapienza e bontà di Dio. Per questo l’uomo deve rispettare la bontà propria di ogni creatura». Come ricorda lo stesso Lintner, la Chiesa deve ancora riflettere molto sull’uso e – soprattutto – sull’uccisione degli animali. Ne beneficeremmo tutti.
Narendranath Dutta era un ragazzo di Calcutta brillante e vivace. Con una domanda: qualcuno ha davvero visto Dio? Quando incontra Ramakrishna la sua ricerca prende un nuovo avvio che lo porta al Parlamento delle Religioni di Chicago del 1893
Quando la mente sottile prende vita, cambia la visione interiore e quella della vita dell’altro. L’altro non è più “altro” ma è un atomo dell’Uno, proprio come te e me. Quando m’interesso di te, m’importa di me. E questo è il gesto interiore che considero più vicino al divino che io conosca
La parola Karma è uno dei termini più evocati di tutta la filosofia indiana, tanto da entrare nel nostro linguaggio comune e diventarne un termine quasi insostituibile. La parola Karma esprime l’idea delle reazioni che abbiamo compiuto e che ci incatenano a una serie di conseguenze inevitabili. Nella cultura vedica questo termine non solo indica in generale l’insieme delle reazioni alle azioni compiute nelle vite passate, ma anche come queste determineranno le vite future nelle diverse incarnazioni...
Avevo giurato che non sarei mai andata nella terra del Gange. Poi è accaduto e dopo i primi giorni di spaesamento mi sono abbandonata e ho accolto preziosi doni e indicibili emozioni. Il fascino dei colori, l’empatia dei sorrisi, le emozioni di luoghi suggestivi... Mi chiedo se ho viaggiato o è stato un sogno
Il leggendario Yogi immortale è l’essere umano che completa l’evoluzione con la padronanza delle energie interiori e la realizzazione del Sé. E molte scuole tamil sostengono che il Kriya Yoga, reso famoso da Yogananda, abbia radici nel “Siddha Yoga” tamil...
Questo è un po’ il manifesto dello yoga che pratico e che insegno da quasi trent’anni. Lo yoga si occupa della domanda essenziale che abita ogni essere umano. Del mistero del vivere, del mistero dell’essere coscienti. Del “chi” siamo e “come” siamo. La parola “Yoga” indica uno stato, uno stato fondamentale della coscienza. Non è un percorso che conduce da un luogo a un altro, e neppure una ricerca di benessere. È la possibilità di essere consapevoli di essere vivi e di come lo siamo. La possibilità di sentirsi espressione di una realtà indivisa. La pratica di Yoga si fonda sull’Osservazione e sul Cambiamento.



