Rieccoci. Il panorama è cambiato, abbiamo lasciato gli orizzonti estivi, il mare, le montagne o anche solo un prato di campagna, e ci ritroviamo davanti alla finestra di sempre. O forse a una finestra nuova per chi, come le mie amiche Martina e Giulia, stanno cambiando casa.
C’è un nuovo anche nel vecchio quando gli occhi recuperano gli spazi dimenticati. Sono rientrato in casa e non ricordavo più dov’erano le tazze, è l’abitudine a fare la memoria. Mi sono ritrovato davanti al foglio bianco virtuale del computer e ho esplorato lo spazio vuoto della mia mente: sembra che non ci sia più niente da dire e da dare, tutto sepolto dietro l’azzurro del cielo e il verde del mare, dietro la quotidianità fatta di mille cose semplici, gli incontri, le sagre, i discorsi, tutto diverso rispetto a questo luogo di silenzio.
Ogni settembre è così, torni e non sai più chi sei e dove sei. Ti sembra di essere tornato indietro solo perché non hai riempito le giornate di pensieri e di progetti. I progetti li ho pensati, sì, vorrei imparare lo spagnolo e poi a novembre mi aspetta l’India, e in mezzo un workshop da organizzare e le nuove lezioni da preparare. Per dire cosa? Per “insegnare” cosa. Bella domanda. Una risposta mi è arrivata. Non è più una questione di tecniche perché più o meno quelle sono e sono tante e diverse tra loro. Si tratta soprattutto di portare le proprie domande, il proprio senso della vita, quello che si riesce a intercettare nella nebbia dei pensieri roboanti e imperanti che con un nome onomatopeico gli indiani chiamano «vritti».
L’altro giorno ho fatto un’operazione che non mi riusciva da un decennio, ho buttato via il contenuto polveroso di un box intero, tutte cose accumulate nei decenni da me e dai miei genitori, cose difficili da lasciare andare, libri che hanno accompagnato la mia infanzia e quella dei miei figli, videocassette che mai rivedrò, collezioni che non ha più senso lasciare lì impolverarsi. Non è stato semplice fare il gesto di gettare via cose che non pensavo avrei mai lasciato andare e il cui ricordo mi ha accompagnato per qualche giorno. E poi ho sentito il sapore della libertà, il soffio del vento che finalmente ha trovato spazio per arrivare fino alla mia anima.
Ho iniziato con il decluttering e questo gesto ha dato colore e intenzione al nuovo anno che inizia. Liberarsi dai pensieri che inquinano. Gettare alle ortiche i rimpianti. Lasciare andare i sensi di colpa. Accettare ciò che sono, la mia caratteristica personalità lievemente Adhd, per esempio, così tanto giudicata e stigmatizzata in casa nei decenni passati, quella mia incapacità di restare fermo troppo tempo, l’impossibilità di sopportare gli spazi stretti o i legami soffocanti, l’ipersensibilità non comune…
Ho letto un piccolo libro di Lev N. Tolstoj, Il diavolo, con la «d» minuscola, che è il nome che una certa religiosità moralistica dà agli impulsi emotivi, alla forza primordiale dei sensi che sfuggono alla forza della ragione. Evgenij è felicemente sposato, ma si trova in preda alla pulsione sessuale nei confronti di una sua vecchia fiamma, una contadina che gli toglie il sonno.
«Ma è mai possibile che tu sia tanto innamorato?», gli domanda lo zio.
«Non è questo il discorso», gli risponde. «È come se una forza estranea mi avesse afferrato e mi tenesse in sua balìa. Non so cosa fare».
Le aveva provate tutte.
Uno dei suoi «stratagemmi consisteva nell’essere costantemente impegnato; un altro nell’intensificare lo sforzo fisico; un terzo nel raffigurarsi chiaramente la vergogna che gli sarebbe caduta sul capo (…) Faceva tutto ciò e aveva la sensazione di uscirne vittorioso, ma…».
Impossibile vincere. Il libro ha una fine tragica, perché se non accetti le emozioni, se non le sai gestire e sopportare, la fine ti sfugge dalle mani. Diverso se siamo in una via di progressione, di ricerca, di osservazione. Non è possibile prendere di petto le emozioni come ho fatto con il box, svuotarlo e, paf, tutto finito. Le emozioni fanno parte del nostro essere, non sono il diavolo, ma un dono del cielo. Il punto non è provarle, ma sopportarle, guardarle, dare loro un senso, trasformarle.
Combatterle non ha senso, ci insegna il Tantra, mentre ha senso osservarle, accoglierle, conoscerle. E, attraverso di esse, conoscersi e iniziare a disegnare di noi un profilo nuovo, non più stereotipato o predefinito, meno “accettabile”, forse, ma più vicino a un senso di realtà. Il decluttering del box mi ha insegnato il decluttering del giudizio su me stesso. E ci scommettete che se smettiamo di giudicare noi stessi, smettiamo di giudicare (male) il prossimo? Si chiama tolleranza, quella vera, non quella a parole, ma nei fatti.
Buon inizio d’anno a tutte e a tutti.

Ho conosciuto la meditazione vipassanā con Corrado Pensa. Ricordo ancora i suoi lunghi silenzi e i suoi commenti ai testi buddhisti e yoga. Questa sensibilità si è calata nella comprensione di un punto di contatto tra la meditazione yoga e la meditazione del buddhismo, con un fine comune, ma con una metafisica opposta. Questo punto di contatto è dhāraṇā che nella meditazione yoga è un punto di svolta...
Il pulsare frenetico della città, le storie rubate, la gente che gira in ciabatte come al mare. Impressioni di una viaggiatrice innamorata del mare che si immerge nel teatro dell'assurdo della città meneghina. Luogo ideale per prendere energia per poi fuggire altrove. Perché Milano si è trasformata in una città che nasconde un demone...
Un viaggio attraverso le stagioni della vita, il tempo condiviso e il dolore della perdita. Con il suo nuovo progetto artistico, Alessandro Arrigo racconta la moglie Michela Auriti, scomparsa nel marzo 2026. Un diario visivo in cui le immagini diventano uno strumento per attraversare l’assenza e ritrovare, attraverso la creatività, il senso spirituale di un legame che continua
Conviene sempre distinguere l’accademia dalle tradizioni, perché guardano alle cose da punti di vista molto differenti. Gli studiosi sono interessati a mettere in ordine, catalogare, stabilire datazioni, scoprire i contesti dei manoscritti, che man mano vengono scoperti e messi a disposizione dei lettori e dei praticanti. Alle tradizioni non interessano questi particolari. Quindi c’è, e ci sarà sempre, un divario fra ciò che è “vero” per l’accademia e ciò che è “vero” per le tradizioni. Qui vi portiamo in un viaggio affascinante nella storia e nei testi, che dirà molto anche a chi pratica...
La nostra attenzione passa incessantemente da un oggetto all’altro, da un pensiero a un altro, da un desiderio a quello successivo, in una continua ricerca di stimoli. Come possiamo “sopravvivere” a tutto questo? Con l'aiuto del Mantra Yoga, pratica che interviene direttamente sulla struttura della mente, sulla sua dispersione e sui condizionamenti che determinano il nostro modo di pensare, reagire e comportarci. La lezione di Swami Niranjananda e i libri per orientarsi.



