Per Herbert Guenther il “tantrismo” rappresenta «una delle nozioni più confuse e uno dei maggiori fraintendimenti che la mente occidentale abbia sviluppato».
Se il tantrismo non si riduce all’ennesima moda alternativa e insalata culturale che si diffonde come il prezzemolo (da me, in realtà, il prezzemolo non cresce proprio facilmente), ma si lascia al proprio posto, tutto diventa più semplice. I tantrismi, come la bhakti sono atteggiamenti che caratterizzano trasversalmente la cultura, la filosofia e la religiosità hinduista. In India non puoi separare la religione dalla cultura e dal fatto di essere Induisti o praticare la meditazione yoga.
«Nel tantrismo non c’è un’altra India che viene alla riscossa, ma l’unica India che, proprio all’interno della sua élite brahmanica, sente giunto il momento di riformulare se stessa per garantire la sua futura sopravvivenza.»
(Raffaele Torella, citato in André Padoux, 2011, p. XII)
Il tantra è un movimento teista, spesso dualista e religioso. È un atteggiamento, spesso bhaktiko che permea tutta le religiosità nate sul territorio indiano, compreso il buddhismo che ne fa una scuola propria. Lo stesso termine “tantra”, del resto, è vago; fatto per includere e non per separare, come la lingua sanscrita sa fare, può essere onnicomprensivo, in quanto indica qualsiasi “testo”, ma può anche avere una valenza limitata, designando in senso stretto solo le opere canoniche degli Śakta (Śaktismo: corrente iniziatico-religiosa dell’induismo che adora la Mahādevī («Grande Dea») nella sua molteplice forma di Śakti (s.f. «Potenza [assoluta]»).
Il vocabolo sanscrito «tantra» deriva dalla radice sanscrita «tan», che significa «tendere, distendere», ma anche «produrre, comporre [un’opera letteraria]»; il suo significato è «telaio» (lo strumento per «tendere» la trama e l’ordito di un tessuto), e poi anche «struttura sistema [di riti e cerimonie], tratto dottrinale». È una letteratura religiosa normativa dell’induismo che riprende tratti culturali che derivano dalla religione vedica e dalla religione regionale e settaria autoctona dell’India antica.
UN PO’ DI STORIA
«Gli Indo-europei portavano una società di struttura patriarcale, un’economia pastorale ed il culto degli dei del Cielo e dell’atmosfera, in una parola la “religione del Padre”. Gli aborigeni pre-ariani conoscevano già l’agricoltura e l’urbanesimo (la civiltà dell’Indo) e, in generale, partecipavano alla “religione della Madre”. L’induismo, come si presenta alla fine del Medioevo, rappresenta la sintesi di queste due tradizioni, ma con un accentuato predominio dei fattori aborigeni: l’apporto degli Indo-europei ha finito per essere radicalmente asiatizzato. L’induismo significa la vittoria religiosa della tradizione locale. […] Da questo punto di vista, il tantrismo prolunga e intensifica il processo di induizzazione incominciato dai tempi post-vedici.»
(Eliade, 2010, p. 334 e p. 194)
Le origini sono tutt’oggi discusse e controverse. Da un lato diversi autori fanno notare come alcuni reperti archeologici, precedenti alla Pietra di Gangdhar in Rajasthan risalente al 424 d.C. e considerata la prima iscrizione epigrafica conosciuta contenente aspetti di rituali tantrici, dimostrino che culti tantrici fossero sicuramente esistenti in data antecedente al 400 d.C. Per esempio tra i reperti della civiltà della valle dell’Indo (III millennio a.C. circa) esistono figure maschili e di divinità femminili in terracotta, le Mātṛkā, di era quindi pre-vedica, che alcuni studiosi riconducono al culto di Śiva e Durgā. Vide Foote sostiene di aver trovato egli stesso nell’altopiano del Deccan simboli fallici (linga) tipici di alcune tradizioni tantriche.
Alcuni studiosi hanno voluto rapportare le origini del tantrismo allo sciamanesimo centroasiatico, ma tale connessione non è suffragata da alcuna prova storica, né le credenze tantriche hanno, secondo Padoux, caratteri che si possono far risalire allo sciamanesimo. È più probabile, invece, che sia stato il sud dell’India ad aver avuto un ruolo determinante. Accanto al mondo brahmanico, mondo ricordiamo elitario, è probabilmente esistito in India, sin da tempi immemori, un sostrato popolare, legato alle potenze naturali, alla terra. A questo erano associati culti popolari che si svolgevano ai margini del mondo brahmanico, in segreto, e da questi ebbe probabilmente origine il mondo tantrico. I primi testi di riferimento di queste dottrine e pratiche apparvero in India tra il VI e il VII secolo d.C. e si baserebbero, secondo diversi autori, su tradizioni non scritte molto precedenti (come è per i Veda)
«Il tantrismo, «brahmanizzato», ha «tantricizzato» l’induismo diffusamente, costituendone, per certi aspetti, il fondo segreto.»
(André Padoux, 2011, p. 34)
LETTERATURA
Il tantrismo fa parte della religione Induista che caratterizza il dharma (comportamento) di ogni singolo hindū attraverso la Trimurti: Viṣṇu (viṣṇuismo) con la lettera detta Samitha, Śiva (śivaismo) con la letteratura Āgama, la Devī/śākta con la letteratura Tantra.
Ogni scuola ha centinaia di suddivisioni interne, ma tutte, a loro modo, normano e definiscono i tratti dottrinali che si propongono di far conseguire il sādhana, ovvero di guidare l’adepto (sādhaka), che ha ricevuto l’iniziazione (dīkṣa), da un maestro (guru), sulla via che conduce all’esperienza concreta e diretta, e quindi alla piena comprensione delle verità religiose.
Se questo è vero, quelle medesime verità non sono conseguibili con semplice studio dei testi o con la pratica, ma occorrerebbe una sorta di iniziazione che resta esclusivamente ad un solo hindū.
Le categorie descritte in questi testi sono:
1) jñana o vidyā, la conoscenza per raggiungere la liberazione. Un grado di consapevolezza che rientra nel comportamento dottrinale (yama e niyama);
2) yoga, «disciplina esteriore e interiore» , teoria e pratica della concentrazione e del risveglio dell’energia latente (śakti, kundalinī) per condurla alla perfetta unione con il divino;
3) kriyā, «azione, esecuzione, costruzione», che riguarda le regole per la costruzione e consacrazione di templi, idoli e immagini sacre;
4) caryā o siddhi, «comportamento corretto», che contempla le regole del comportamento religioso e sociale e, in particolare, le norme relative al culto quotidiano, alla celebrazione delle feste religiose e all’esecuzione degli atti rituali.
Insomma, è difficile praticare il tantrismo senza essere hindū.
Conclusioni: in Italia tutti giocano aessere induisti, nessuno vuole diventare islamico e pochi restano cristiani.

Bibliografia
G.R.Franci, La bhakti, Unicopli
Boccali, Torella, Passioni d’Oriente, Einaudi
Padoux, Tantra, Einaudi
M.Torri, Storia dell’India, Laterza
Tucci, Storia della filosofia indiana, Laterza
Wikipedia, sezione curata da me.
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Quando qualcuno ci chiede chi siamo, generalmente rispondiamo attraverso elementi che appartengono alla nostra storia: il nostro nome, il lavoro che facciamo, le persone che frequentiamo, i luoghi in cui viviamo, le nostre preferenze, le nostre esperienze. Tutto questo certamente racconta qualcosa di noi, ma sappiamo anche che ogni aspetto esterno della nostra vita è soggetto al cambiamento. La tradizione dello Yoga ci invita proprio a questa esplorazione: riconoscere ciò che cambia e avvicinarci a “colui che osserva il cambiamento”. In questa visione il Kriya Yoga poi è uno strumento per sviluppare la conoscenza di sé. Con un obiettivo: diventare più presenti, più stabili e più capaci di scegliere
La disciplina indiana ben si concilia con questo burrascoso periodo della vita. Ed è un valido aiuto per scoprire meglio se stessi e ricomporre mente, corpo e percezione di sé. Inoltre avvia al riconoscimento dei propri valori personali e diventa un metodo per riconoscere e affrontare al meglio emozioni e stress
Da sempre cerco di consigliare delle letture sullo Yoga e sul misticismo indiano cercando di intuire quali interessi si trovino dietro ogni lettore con cui condivido eventuali suggerimenti. Allora vi consiglio tre testi classici per entrare ancora di più in questa via...
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