• Mario Raffaele Conti

Yoga è scoprire la vita e viverla pienamente

È bellissimo raccontarsi e ascoltare le persone che sono nel percorso della ricerca interiore perché da un lato ti chiarisci il pensiero, e dall'altro ti nutri dell'esperienza dell'altro. Stamattina, per esempio, mi è stato chiesto che cosa intendessi io per «yoga». Non è una domanda facile.


Lo yoga per me è non porsi obiettivi sullo yoga, innanzi tutto. Yoga non è solo yoga. Per come lo intendo io, sono immerso nello yoga dall'età di 16 anni quando per la prima volta mi è nato in cuore il desiderio di operare nel sociale e nel contempo di iniziare un'indagine spirituale. Yoga è stato quando per 20 anni mi sono interrogato su Lutero e Calvino o per 10 ho praticato t'ai chi ch'uan o a lungo l'insegnamento del Buddha. Quando ho incontrato il testo Yogasutra di Patanjali, ho trovato la summa di quanto avevo studiato e praticato fino ad allora.

La statua di Śiva del Monastero induista di Altare (Savona).

E che cos'è oggi per me? Cosa cerco? Cosa desidero dallo yoga? Le pratiche yogiche per me sono diventate una necessità e non perché sono “bravo”, ma perché mi sono entrate sotto la pelle e senza di esse è come se mi scollegassi da me stesso. Se mi capita un giorno di non praticare perché sono in viaggio, non lo vivo come una colpa, ma semplicemente ritrovo in ciò che faccio lo stesso spirito, la stessa consapevolezza di un asana e magari bastano alcuni respiri o un momento di concentrazione negli occhi di Yogananda per non perdere quel contatto con il mio sé.


Yoga è necessario per dare significato a tutto ciò che dico, che faccio, che penso, e non perché ne risulto “santificato”, ma perché mi aiuta a vivere con consapevolezza tutto ciò che sono. Nel bene e nel male. Yoga è essere senza pensare di essere uno yoga sadhaka (un praticante), senza giudicare la pratica o l'intenzione stessa, senza ritenersi migliori di altri o di coloro che non praticano la stessa scuola. Non possiamo sapere dove portano i rivoli che sgorgano da Yogananda, Krishnamacharya o Vivekananda, ma sappiamo che - tutti - nascono da un'intenzione. L'intenzione può essere sacra o mondana, ma alla fine l'osservazione del corpo e del complesso mentale (in sanscrito «citta») rende giustizia allo yoga stesso.


Lo yoga è più grande del nostro pensiero, delle scuole e della tradizione stessa, perché lo yoga è e sarà sempre e solo «respiro». Il respiro della vita e della Vita, del sé che incontra il Sé, il primo e l'ultimo, il soffio umano e quello divino, l'assoluto dentro il relativo e il relativo nell'assoluto, l'espansione della coscienza e quella del cuore che danzano con un unico suono.


Quindi quando qualcuno mi chiede che cos'è lo yoga rispondo come ha risposto una donna pakistana a una mia amica e collega che - laggiù - le insegnava i primi rudimenti: «Lo yoga è la vita!». Semplice, talmente semplice che sembra banale, senonché, dopo aver a lungo indagato e praticato, dopo aver esplorato i limiti del corpo e quelli del rilassamento, non si può fare altro che arrendersi a questa vita che palpita in ogni gesto e in ogni pensiero. E ci si fa piccoli piccoli a tal punto che la vita prende la maiuscola e diventa Vita in un attimo.


Ho la fortuna di insegnare uno yoga che è il frutto di molte tradizioni: quella di André Van Lysebeth e Swami Satyananda grazie ad Antonio Nuzzo e Willy Van Lysebeth, gli insegnanti della mia formazione; quella dello studio classico e filosofico di un docente dell'Università di Torino come il professor Gianni Pellegrini; quella di Swami Gitananda Giri del quale sto seguendo il percorso di Nada Yoga con Yogacharini Sangeeta Laura Biagi; e soprattutto quella di Paramahansa Yogananda, il mio guru, incontrato ad Ananda Assisi e poi concretizzatosi nella via di Roy Eugene Davis e negli insegnamenti della Self Realization Fellowship.

Mario Raffaele Conti (al centro) tra Antonio Nuzzo (a sinistra) e Willy Van Lysebeth nel giorno del conferimento del diploma.

Ci sono molti mondi dentro di me, eppure tutti si riuniscono in una sola pratica che li racchiude tutti: il respiro. Il respiro che secondo Lahiri Mahasaya dovrebbe essere l'unica religione al mondo. Tutti questi sono mondi che si incontrano in Yogasutra di Patanjali, nello Hatha Yoga Pradipika e nella Bhagavad Gita e si permeano di questo respiro. Non c'è divisione perché la radice di yoga, yuj, significa anche coniungo, «congiungere», e tutte le strade portano al cuore dell'essere. Senza giudizio né pregiudizio.


Foto Andrea Lelj.

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