• Mario Raffaele Conti

Vuoi cambiare vita? Comincia con una parola...

Quante volte abbiamo letto che le parole “creano”? Un sacco. E quante volte ci abbiamo creduto? Quasi mai. Anzi mai. Me lo sono chiesto proprio oggi quando in un momento di sconforto ho pronunciato una frase con rabbia. Poi mi sono fermato a pensare a quanto avevo detto. Ho riflettuto molto. E poi ancora. A un certo punto il soffio della memoria mi ha riportato a un paio di decenni addietro quando dissi una frase apparentemente innocua: «Non voglio invecchiare così».


Mi trovano in una situazione molto complessa, piena di dolore per me e per altri, ma altrettanto complessa da risolvere. Comunque, qualunque “soluzione” avessi trovato non mi avrebbe evitato una grande sofferenza, né avrebbe evitato che altri soffrissero. Ero in un cul de sac. Avevo solo detto una frase sconsolata, apparentemente poco sensata e sicuramente non risolutiva. Eppure, nel momento in cui ho pronunciato quella frase, la Vita mi ha posto davanti un bivio dopo l'altro, i classici treni che passano una volta sola, tanti di questi treni, e ogni scelta portava altri treni e ad altri ancora finché la mia vita è cambiata davvero. Non sono invecchiato “così”.


Col senno di poi quelle scelte dolorose hanno creato momenti di trasformazione per me e per tanti altri, occasioni che ho colto secondo le mie possibilità del momento. Una semplice frase ha scatenato uno tsunami che ha continuato a cambiarla e a creare, a trasformare e a creare ancora. Da allora, la trasformazione è stata continua, quotidiana.


Da quel momento ho capito che le parole creano e che purtroppo ne sprechiamo tante, parliamo e sparliamo, senza comprendere che le parole creano un clima interiore (eviterei di definirlo «energia» perché il termine è abusato e sta perdendo il suo significato originario che è potente), un ambiente mentale che influenza sicuramente il nostro vivere e talvolta anche la vita degli altri (pensate ai danni che può fare un pettegolezzo, una malelingua, un sospetto…).

Diceva Paramahansa Yogananda: «Le parole cariche di sincerità, di convinzione, di fede e di intuizione sono come delle bombe vibratorie altamente esplosive, che, fatte scoppiare, frantumano le rocce delle difficoltà e producono il mutamento desiderato. Evitate di pronunciare parole spiacevoli, anche se dicono la verità».

Le parole creano e Yogananda ha invitato a pronunciare delle frasi per accompagnare i momenti difficili della vita, le cosiddette «affermazioni»: «In tutte le affermazioni l'intensità dell'attenzione è sempre l'elemento principale», diceva. «Altrettanto importanti sono la perseveranza e la ripetizione prolungata. Dovete intensamente e ripetutamente alimentare le vostre affermazioni con devozione, volontà e fede, senza curarvi affatto dei risultati; questi ultimi seguiranno naturalmente, come frutto del vostro impegno».


- È il concetto dell'aiutati che Dio t'aiuta declinato nell'ambito della parola. La parola crea a prescindere dalle attese che, come sappiamo, nello yoga non sono opportune, anzi sono in antitesi con lo yoga stesso.

- Ma è anche lo yoga della parola (avete capito quanto è pervadente la filosofia dello yoga? Altro che asana...), «perseveranza e ripetizione prolungata». Vi ricorda il rosario cattolico? Esatto.


Ma ho iniziato rivelandovi del mio moto di rabbia e di quella frase di troppo. Qualcuno penserà che basta “pentirsene”, qualcun altro che un rimorso sarebbe bastato, ma nello yoga questi due concetti non hanno alcun senso. Nello yoga (e nel buddhismo) si osserva il moto di rabbia, se ne guarda il colore, si gusta il sapore amaro, si cerca di capire da dove arriva e perché; non occorre condannarsi o giustificarsi, basta guardarsi qui e ora.


Quando lo si osserva per bene, si può capire se ha a che vedere con la propria vita di adesso, se ha senso o se ha rappresentato un momento di debolezza o di stanchezza. E dopo averlo scandagliato nel profondo abbiamo due possibilità: tenere quella frase nel proprio cuore perché abbiamo capito qualcosa di noi o - come è accaduto a me oggi - lasciarla andare provando una sorta di tenerezza per se stessi che siamo così fragili e sempre così lontani da una qualsiasi realizzazione spirituale. In un caso o nell'altro, quel moto di rabbia ci avrà parlato e ci avrà rivelato qualcosa di noi che non conoscevamo proprio. E io gliene sono grato.



Parole in un interno (Le Havre, 2022).








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