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  • Immagine del redattoreMario Raffaele Conti

Patite anche voi il “lunedì dell'ufficio”? Shiva (forse) ci può aiutare...

Noi sappiamo che esiste una stretta corrispondenza, ispirazione, tra Yoga Sutra e la dottrina buddhista (e scusate per la parola “dottrina”). Ma è nelle cause della sofferenza che la relazione si fa evidente e perfino sospetta: chi ha copiato chi? Poco importa. Il punto è che il Buddha, che era stato uno yogi nella tradizione del Sanatana Dharma, ha compreso che questo aspetto dello Yoga era una verità.


Non uso mai questo termine, «verità», perché sappiamo che le visioni sono relative e soggettive, ma le Quattro Nobili Verità del buddhismo possiamo tranquillamente chiamarle con il loro nome, verità, perché è innegabile che dal primo vagito l’uomo comprende che deve fare i conti con la sofferenza.

Pare che in ambito cristiano si sia considerata questa visione come “pessimista”. Ma arrivati sopra la trentina, abbiamo capito che il problema della sofferenza non lo si risolve con facili promesse new age e nemmeno con le religioni. La sofferenza è lo scandalo dell’esistenza. Non credo a chi dice che in qualche modo ce la cerchiamo. È assurdo e colpevolizzante per chi soffre. La sofferenza capita. Il punto è la risposta alla sofferenza, è capire come gestirla.


La Seconda Nobile Verità parla della genesi della sofferenza: «È la sete che conduce da rinascita in rinascita, includendo la passione piacevole e la brama che qui e là trova soddisfazione: la cupidigia del piacere, la cupidigia del divenire… (…) Da dove questa brama sorge e prende vigore? Ovunque vi siano cose che sembrano dilettevoli e gratificanti…».

Siddharta Gautama spiega che la soluzione è abbandonare l’origine stessa della sofferenza. Voi capite che questa intuizione, se mal interpretata, può portare a conseguenze estreme, al rinunciare a vivere, a cantare, ad amare, alle notti di passione, al buon cibo, alle vacanze, al cercare di guadagnare denaro, a provare a stare bene. Se il piacere è causa della sofferenza, aboliamo il piacere. Le religioni in fondo dicono questo.


Lo Yoga no.


Lo yoga dice che seguendo questo sentiero le sofferenze future possono essere evitate. E dice «future»: lo yoga non è un'aspirina che fa passare il mal di testa in mezz'ora. Ci vuole costanza, pratica continua. Ci spiega - proprio come Buddha - che esistono cinque cause di afflizione: la prima è la non-conoscenza, «il non vedere come stanno le cose è il campo in cui le successive afflizioni crescono» (traduzione di Federico Squarcini); la seconda è asmita, l’identificazione con l’ego e il proprio status sociale: se non conosciamo dove risiede il nostro vero Sé e se pensiamo di essere ciò che rappresentiamo, siamo destinati a soffrire. Squarcini traduce asmita con «il senso di io-sono».


Ma la terza causa ha un’assonanza con la Seconda nobile verità.

Il Sutra 2, 7 dice che «Raga è l’attrazione che accompagna il piacere», traduce Swami Satyananda Saraswati. Swami Shankarananda Giri, un maestro della tradizione del Kriya Yoga, in un volume appena uscito traduce in modo molto interessante: «Dipendere dal piacere provoca rabbia». Si sottovaluta quanto la rabbia sia un sintomo di dolore.

L'ashram della tradizione di Swami Shankarananda Giri (il primo a destra nelle foto) a Rishikesh.

Di solito il 2,7 si commenta assieme a quello successivo 2,8, ma secondo me è interessante indulgere sul significato di questo sutra. È ovvio che cerchiamo di stare bene, il piacere, un’ottima pizzeria, un partner che ci soddisfi, un luogo e gli oggetti che ci fanno stare bene. E ci mancherebbe.

Dunque, qual è il punto?

Il problema è la dipendenza. Il problema non è il sabato del villaggio, è il lunedì dell’ufficio. È andare a letto la domenica sera con sconforto pensando: «Domani è lunedì». Oppure: «Un’altra settimana è passata, il tempo vola». Tempus fugit e i cocci sono tutti nostri. Tutto diventa droga e tutto provoca astinenza. L’astinenza è l’effetto di raga. L’astinenza causa sofferenza.


Chi non la prova? Vai in un hotel a 5 Stelle e nella tappa successiva sei in una catapecchia e sei a disagio. Molto a disagio. L’obiettivo non è «non provarla», altrimenti generiamo altra frustrazione. O un finto atteggiamento, una falsa idea di sé, attese non attendibili, create dalla mente che ci illudono un’illuminazione artificiale. L’obiettivo dello yoga è accorgersi che stiamo provando astinenza! È capire che siamo finiti nella trappola della dipendenza perché siamo usciti dalla realtà del divenire, della trasformazione.


Shiva, questo potentissimo archetipo, punisce tutti coloro che pongono ostacoli alla trasformazione. E non sto parlando di una delle leggi di Murphy, non dico che dopo il sole arriva la tempesta, né che se si è troppo felici poi si finisce per soffrire. Quelle sono le scuse di chi ha paura a vivere appieno. L’obiettivo è la consapevolezza del e nel piacere. È iniziare una relazione felice sapendo che in seguito sarà diversamente felice, diversamente emozionante e che avrà dei momenti di difficoltà. Punto.

L’obiettivo è restare immobili di fronte alla fine del piacere perché quella stessa fine possa insegnarci la sua lezione. Che non è una lezione nichilista, ma che può aprire nuove prospettive di vita e di realizzazione. Ecco perché l’immobilità in asana è così importante: perché ci insegna a restare immobili quando il piacere finisce.


Nel momento in cui capiamo di non essere illuminati, possiamo solo provare una immensa tenerezza per noi, possiamo entrare nel respiro e capire che questo istante è un dono. Anche se il cannoncino è irrimediabilmente terminato e il suo sapore un ricordo lontano.

Rishikesh (India). La statua di Shiva sul Gange.

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