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  • Mario Raffaele Conti

Non è l'ego a farmi “riuscire” nella vita perché l'ego non è il vero me

Aggiornamento: 1 dic 2022

Eh già, l’ego è un bel problema. Analizzato in modo razionale è una questione insolubile. Ricordate i cartoni animati in cui Gatto Silvestro (sarà stato lui?) su una spalla è tentato da un diavoletto e sull'altra spalla ha un angioletto che gli dà più miti (inascoltati) consigli? Ecco. Quando si parla di ego, il diavoletto Silvestro dice: «Non vorrai rinunciare alla tua individualità, a ciò che ti sei costruito dentro e fuori, alla tua identità professionale?». Non è che ha ragione?

E allora incalza il demonietto Silvestro: «Dovresti rinunciare all’idea che hai di te, a essere una persona rispettata, ai tuoi obiettivi di guadagni e di conquiste? Ma sei impazzito? Vuoi diventare un'ameba senza carattere, prono al volere di tutti, senza più arte né parte?». Come dargli torto... Ma è a questo punto che l'angioletto Silvestro sull'altra spalla ti piazza una domanda decisiva: «Ma sei sicuro che sia stato l'ego a farti ottenere tutto quello che hai ottenuto nella vita?». Jackpot.


È tutta la vita che indago su religioni e serie tradizioni spirituali e ovunque ho incontrato la demonizzazione di questo ego. Ma mi sono sempre imbattuto nelle storture bigotte che servivano più a giudicare gli altri che ad aiutare se stessi, perché è più facile banalizzare che arrischiarsi in ragionamenti più profondi. Finché è arrivata l'indagine interiore di Yogasutra di Patanjali dove si parla sì di ego, ma in un modo diverso: qui, tutto assume un senso che non è escatologico, non ci sono in gioco inferno o paradiso, bensì la realizzazione del divino in noi. Cioè lo yoga, alla fine, conduce dove ti vorrebbero portare le religioni, ma senza metodi dogmatici, in un percorso di trasformazione lenta e progressiva a partire da quello che sei qui e ora. Qui e ora. E ancora qui e ora. Ad libitum. Sì, uno inizia lo yoga per i motivi più mondani, talvolta perfino banali, e questa disciplina inizia una lenta trasformazione interiore (è come se contenesse una magia intrinseca...), che porta su lidi inimmaginabili.


Ognuno ha i suoi metodi di indagine, c’è chi usa la bakti - cioè la devozione - altri, come me, lo studio e le tecniche di silenzio e di respirazione (il kriya yoga di Yogananda), altri il servizio (karma yoga).

Avete letto bene: non ho parlato di asana. Non sono certo che lo yoga praticato nelle palestre porti nello stesso percorso spirituale, ma questo è un mio limite e un mio pregiudizio, perché ognuno ha il suo cammino da fare, ognuno con le proprie capacità, intuizioni e apertura di cuore, e nessuno può permettersi di giudicare. A ciascuno il suo.


Possiamo invece dire che tutti gli yoga - se sono davvero Yoga - porteranno a bussare alla porta dell’ego. E porteranno a intuire che abbandonare l’ego non vuol dire abbandonare le cose che il diavoletto Silvestro insinuava. E sapete perché? Perché l’ego non siamo “noi”. L’ego è la maschera che copre la nostra vera essenza. L’autentica essenza, quello che Yogananda chiama Sé, è nascosta sotto il carapace dell’ego. Il Sé è ciò che siamo davvero e che emerge nelle intuizioni, nel nostro donare in modo disinteressato, quando ci dimentichiamo di essere cinici, rabbiosi e disincantati.


L’ego non ci aiuta a progredire né in carriera né come esseri umani. L’ego è quel “diavoletto” che ci spinge a osare là dove non sappiamo volare. Ci illude di essere ciò che non siamo e ci imprigiona in una visione distorta di noi e della realtà. L'ego sono i pensieri, noi siamo azione: quando stiamo con i piedi per terra, a testa bassa a fare ciò che sappiamo fare, concentrati, determinati a seguire la nostra “vocazione”, l’ego non interferisce e noi diamo il meglio di noi stessi. Non siamo riconosciuti? Ci vediamo passare tutti davanti? È solo una questione di tempo, quando saremo davvero pronti, coglieremo l’attimo per fare il salto che sogniamo di fare. Nel frattempo non demoralizziamoci, perché anche il perdersi d'animo è opera dell'ego. Il Sé non perde mai la forza e la speranza. Il Sé è accettazione di sé.


L'ego (che in sanscrito si dice ahamkara ed è il responsabile di asmita il processo per cui l'io si identifica con la materia, il ruolo sociale, la fama, la ricchezza) ci dice che «non c'è tempo» da perdere; l'intuito (che in sanscrito si chiama buddhi) “sa” quando è il tempo perché è illuminato dal divino che è in noi. I lampi di intuizione insegnano ad aspettare il proprio tempo, ad attendere che i tempi siano maturi. A cogliere la rosa quando è il bel tempo. Sì, perché Lorenzo de' Medici scriveva «Cogli la rosa o ninfa, or ch'è il bel tempo». «Or», ora, nel tempo che l'intuito sa riconoscere perché quello e solo quello «è il bel tempo». «E tutto questo l'ego non lo sa», canterebbe De Gregori.


Concludo con il consiglio di una maestra del sentiero del Kriya Yoga, Yogacharya Ellen Grace O'Brian, direttrice del Center for Spiritual Enlightenment, un centro di meditazione di San Jose in California. Dice: «Il modo principale per svincolarsi dal dominio dell'ego e dalla sofferenza che porta con sé, è vederlo per quello che è, aumentando la luce della consapevolezza attraverso la meditazione supercosciente quotidiana».


Non ho altro da aggiungere, vostro onore.

Disegno di Mohamed Hassan/Pixabay






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