• Mario Raffaele Conti

«E liberaci dai pensieri assillanti, amen»

Aggiornamento: 3 ago

È il momento per ricaricarsi e ognuno ha il suo modo per farlo. Ma non avete anche voi l'impressione che, anno dopo anno, le modalità cambino? Io quasi non mi riconosco più e so perché.


C'è stato un momento in questi ultimi mesi in cui ho intuito che se mi fossi disconnesso con i miei pensieri ricorrenti, mi sarei connesso con qualcosa di nuovo, di inedito, in una terra sconosciuta. A tratti è avvenuto questo, sono approdato in un paesaggio che non avevo mai visto prima. Dico «a tratti» perché la prima reazione a questa novità è ritornare ai pensieri di prima, una sorta di comfort zone in cui si conoscono i pensieri e si sa anche dove portino e dove NON portino. Il «NON» che mi si stampa in maiuscolo al centro tra le sopracciglia è l'allarme che mi aiuta a lasciarli andare: dopo 63 anni in cui le modalità del pensiero si ripetono continuamente (perché così avviene nella testa di tutti), ho anche capito che questi percorsi «NON» portano in alcun luogo.


Allora ecco che impercettibilmente, talvolta, ho l'ardire di lasciarli andare e di tornare al centro tra le sopracciglia per sperimentare qualcosa di nuovo: apparentemente è una specie di “vuoto”, ma non esiste il vuoto, la mente è sempre in movimento e contiene sempre qualcosa anche quando appare svuotata. Però ho scoperto che se indugio in questo allontanamento da ciò che conosco, sento come se un vagone si staccasse dal treno e la carrozza resta indietro, certo, ma... il treno sono io!


Io non sono i miei pensieri, l'ho scritto e lo ripeterò un sacco di volte perché tanta esperienza gira attorno a questo concetto. La mia esistenza reale non è nel «cogito» cartesiano, «Penso, dunque sono». E nemmeno nella sua derivazione agnostica «Dubito, dunque sono». Sono concetti interessanti e che hanno una logica anche condivisibile, ma l'esistenza, nel suo concetto più autentico, si esprime in modo più compiuto e più profondo quando il pensare si allontana per lasciare vivere un quid che raggiunge la nostra essenza.


Ora, sembra tutto molto astruso, una digressione filosofica fine a se stessa, ma pensate a quante conseguenze porta. L'azione che deriva da questo lasciare andare il vagone ha a che fare con la liberazione. Solo con la liberazione, il pensiero originale e profondo può esprimersi e lascia emergere creatività, coraggio, empatia. Solo l'abbandono dei pensieri ordinari permette di lasciarsi andare alla vita e di lasciare andare le preoccupazioni. Solo così la bellezza e la gratitudine possono emergere.


Pensateci un secondo: avete mai provato un momento di gratitudine profonda, quei momenti in cui ti scoppia il cuore? Dove erano i vostri pensieri in quell'attimo? Erano dietro o sotto la gratitudine. Eppure esistevate. Ma quel momento di “grazia” ha posto in secondo piano i pensieri ricorrenti perché un sentimento più pervasivo e importante li aveva cauterizzati. Passato il sentimento, quando la gratitudine è diventata un magnifico ricordo, sono tornati ad affollare la mente.


Quindi è «Gratia, ergo sum», è la “grazia” la prova reale dell'esistenza? È il percepire la totalità della gioia il significante del nostro esistere? Sono domande, forse provocazioni, sicuramente possibilità da esplorare.

Questo è un luogo in cui si pongono questioni che solo la ricerca di ciascuno può dirimere, come può, secondo i propri parametri. O vi si può scontrare e anche questo potrebbe essere utile perché è quando si va a sbattere contro una vetrata linda che ci si accorge che la vetrata esiste.




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