• Mario Raffaele Conti

Cosa conta davvero davanti alla morte?

Prendete carta e penna. Ora provate a mettere in fila quello che conta di più per voi. Lo faccio per me: i miei figli, mia moglie, la mia casa, il mio lavoro, i miei strumenti e i miei libri. Ho usato sei volte la parola «mio». Voi?


Qualche giorno fa, ho trascorso una giornata intera, fino a sera, in un pronto soccorso. Non capivano perché mi sentissi male. Aghi nelle vene, prelievo arterioso, elettrodi ovunque e ore di attesa di un responso che arrivava a gocce e confuso. «Ho un infarto in atto?». «No. Anzi forse sì. Anzi no, ma non ne siamo certi». Sembrava la replica dell'ultimo giorno di vita di mio padre, un lungo tranquillo pomeriggio in pronto soccorso tra allarmi e smentite. Perfino il tema della telefonata con mio figlio è stato lo stesso della mia ultima chiacchierata con mio padre. Surreale, credetemi. L'esito per me è stato diverso, però: per la cronaca, pare abbastanza chiaro che trattasi di qualcosa che una buona terapia ayurvedica rimetterà a posto. Ma in quelle ore in cui il mio destino era appeso a un esame, in cui non potevo controllare nulla della mia vita, in cui niente di tutto ciò che sono e ho contava più, ho avuto modo di meditare molto.


Niente di ciò che considero mio era più mio. Qualsiasi cosa o persona a me cara, non mi avrebbe seguito se io avessi lasciato il corpo. Questo lo sappiamo tutti, è il nostro destino, ma quando l'ipotesi può diventare realtà la riflessione si fa più serrata. Già, niente era più “mio” sul lettino del pronto soccorso. Mi sono trovato - drammatizzando un po' forse, ma bisogna provare per giudicare - davanti alla possibilità di un ipotetico passo verso un nuovo viaggio. Ho detto «possibilità» perché col senno di poi non era così, ma in quel momento la possibilità esisteva. In quella possibilità, allora, cosa rimaneva di “mio”?


Non era più mia la ricerca interiore, la montagna di libri letti e studiati, le riflessioni di queste pagine virtuali che nascono da vita e pensieri, i progetti, l'amore, la pratica, la fede, le speranze... Non avevo paura. Ho chiuso gli occhi e portato lo sguardo nel buio al centro tra le sopracciglia e ho capito che se me fossi andato allora, la mia anima avrebbe risuonato come una campana. Il vuoto, il nulla. Nonostante i miei sforzi, non ero arrivato a niente. Avrei ancora decenni da vivere per sperare di capire qualcosa, pensavo, e nello stesso tempo comprendevo anche che non sarebbero bastate cento vite. Ecco perché i saggi indiani parlano di milioni di incarnazioni, perché il senso della vita non lo impari in cento vite, ma in milioni. Forse.


Gli esami successivi e la tranquillità sanitaria non hanno portato via l'esperienza unica che ho vissuto. Dal giorno successivo, la mia pratica è diventata ascolto. Non ho uno standard da tenere, non ho asana e pranayama da migliorare, ma vorrei trovare la strada per un tuffo nel cuore della sadhana che è accoglienza. Vorrei poter far tacere un po' i pensieri perché il sé che mi collega al Sé possa emergere silenzioso e luminoso.


La mia eterna scuola è ricominciata daccapo, sta cercando nuovi sentieri. Ho potenziato l'ascolto, l'incontro con l'Atman altrui come un bagno ristoratore; continuo ad avere i miei odiosi difetti, ma provo una gratitudine immensa per l'amore che ricevo e che non do per scontato. Ho ricominciato a cercare un contatto con l'ineffabile per cercare di non buttare via il tempo che mi rimane, poco o tanto che sia. Non per la paura di un dopo, ma per dare un senso all'adesso. Quelle ore in pronto soccorso sono state un dono immenso. Che spero di non sprecare.




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